Un cuore matto forgiato al Sinigaglia

Il racconto L’attesa del risultato di Milan-Cagliari e il fiume di ricordi che travolge quando la notizia è ufficiale: il Como è in Champions League. Tutto visto dagli occhi di chi vicino allo stadio di Como ci è proprio nato

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Voi non ci crederete, ma io l’altra sera ho spento quando sul teleschermo stava avvicinandosi un finale che, in una maniera o nell’altra, sarebbe stato esplosivo, quella folle (almeno per me) e grande rissa intorno a una sfera di cuoio per la conquista della Champions League.

In fondo quelle che si combattevano erano dunque solo partite di calcio, ma che partite. Le telecamere e le telecronache di Dazn saltabeccavano qua e là, sui vari campi di battaglia. In ballo, sul teleschermo c’era però soprattutto il Milan che stava perdendo con il Cagliari. Ed è stato così che la mia simpatia per quella squadra che tanti anni fa mi riempì di gioia vincendo il campionato con il goal del grande Gigi Riva, è salita di quota trasformandosi in un tifo violento: forza Cagliari. Sapevo che il Como stava vincendo, segnando a raffica e quindi mio cuore era planato completamente sul prato verde di San Siro.

Nato a poche centinaia di metri dal Sinigaglia

«Nel 1949 assistetti alla prima partita del Como in serie A»

Però a un certo punto non ce l’ho fatta più. Eravamo pressappoco verso il 75esimo e questo mio cuore non solo era tutto aggrappato ai giocatori del Cagliari, ma batteva forte di proprio. E improvvisamente mi è venuto in mente il mio cardiologo, e con lui i miei figli che mi dicono sempre di stare tranquillo: «Stai attento al cuore, mi raccomando». Ma al cuore non si comanda, così come all’amore. E per uno come me che è nato a poche centinaia di metri dallo stadio Sinigaglia, per uno come me che, tanti anni fa, nel 1949 assistette pieno di entusiasmo alla prima partita del Como in serie A, come fa a stare attento al cuore quando il suo Como è a due passi dalla conquista della Champions?

Ed è stato così che ho spento, ma poi, ovviamente non ho resistito. Amo poco la televisione, mi piace di più andare a scovare storie, leggende, soprattutto notizie e risultati delle partite di calcio sul computer. E allora mi sono rivolto a Internet. Così la stupenda notizia che il Como era in Champions me l’ha data il sito de La Provincia: tutto tra di noi dunque, tra amici. Così è stato ancora più bello. Ho evitato Google per paura. Non lo amo e qualche volta l’ho pure maledetto perché mi aveva dato notizie terribili, come quella di quando Putin ha invaso l’Ucraina. «Meglio stare alla larga», mi sono detto.

I tifosi che non ci sono più

Questo Como però adesso ha ripagato tutto. Ed è così che ho preso a gioire, da solo, tra le coperte: una gioia stupenda. I ricordi però mi hanno tuttavia pure portato qualche refolo di tristezza. Mi sono di botto tornati in mente tutti quei tifosi che hanno amato visceralmente il loro Como e non sono qui a godere questo successo della loro squadra. Chissà quanto avrebbero gioito il Ciro Pinto, il Davide Castelli che, nella redazione de La Provincia discutevano, urlando sulle tattiche, gli errori dell’allenatore. Chissà quanto avrebbe gioito il telecronista Nino Balducci che per l’entusiasmo si dibatteva sulla precaria tribuna stampa del Sinigaglia facendo incavolare i colleghi della Rai. Ho ripensato anche ai tanti aneddoti che fuori dal campo hanno accompagnato la storia del Como. Come quella di quando con un aereo rimediato all’ultimo momento e un po’ scassato la squadra stava tornando da Napoli. Qualcuno disse spaventato, dopo tre decolli falliti: «Mamma mia qui va a finire che cadiamo». Tra la tensione generale si sentì la voce del mitico Gino Prada, factotum dello spogliatoio che irruppe ridendo: «Se ghe interessa se el burla giò, tant le minga nost». E fu così che sparì tutta la tensione dei passeggeri.

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